Riforma III della fiscalità delle imprese

Riforma III della fiscalità delle imprese: la spada di Damocle del referendum

di Giovanni Merlini 

Eveline Widmer-Schlumpf lascia il Consiglio federale con la soddisfazione di aver convinto la Camera dei cantoni sulla necessità di realizzare il progetto politico più significativo elaborato negli ultimi anni dal suo Dipartimento. Si tratta della cosiddetta Riforma III della fiscalità delle imprese. L’obbiettivo è di accrescere la competitività della piazza economica, rendendola più attrattiva per investimenti strategici, soprattutto nel settore dell’innovazione e della ricerca. Una delle novità consiste infatti nei «licence box»: ossia nella deducibilità delle spese di investimento nella ricerca ed innovazione fino al 90% degli utili derivanti da brevetti e altri diritti della proprietà intellettuale. Concepita sotto la pressione dell’OCSE e dell’UE – che da anni puntavano il dito contro i cosiddetti statuti speciali dei Cantoni a favore delle holding, delle società ausiliarie e di servizio estere, considerandoli una forma di aiuto di Stato che distorce una corretta concorrenza – la riforma dell’imposizione delle imprese abolisce questi trattamenti privilegiati, rimodellando però l’intero sistema impositivo delle società per evitare delocalizzazioni verso lidi fiscali più ospitali. La posta in gioco è infatti notevole. La semplice abrogazione degli statuti cantonali «incriminati» comporterebbe un insediamento fortemente ridotto di queste società e soprattutto la loro partenza dal territorio svizzero e di conseguenza minori gettiti (a seguito della flessione di utili e capitali imponibili, perdita di posti di lavoro e diminuzione dell’indotto economico). Significherebbe prendere in considerazione perdite per la Confederazione fino a 3,2 miliardi e per i Cantoni fino a 2 miliardi complessivi. Di qui la necessità di ridurre ragionevolmente la pressione fiscale per tutte le società, senza quindi più alcuna discriminazione tra imprese indigene ed estere, con una diminuzione dell’aliquota media cantonale dal 18% al 16%. 

Dimenticandosi dei benefici dei «licence box», la sinistra rimprovera alla riforma di mettere in difficoltà gli enti pubblici, visto che la riduzione delle aliquote determinerebbe minori introiti fiscali per 2 miliardi, di cui oltre la metà a carico della Confederazione. Nell’avamprogetto posto in consultazione, il governo aveva proposto di compensare parzialmente questa flessione di gettito con l’introduzione della famigerata imposta sugli utili in capitale (capital gains), poi saggiamente abbandonata in seguito alla levata di scudi degli ambienti economici e dei partiti di centrodestra. Sarebbe stato un errore adottare questa imposta unilateralmente, senza considerare quanto invece succede sulle principali piazze internazionali concorrenti. Il Consiglio degli Stati ha annacquato la riforma, approvando una proposta di minoranza che chiedeva di rinunciare alla (quanto mai urgente) abolizione dell’imposta di bollo sulle emissioni di capitale societario. Si è così persa un’occasione preziosa per migliorare sensibilmente la concorrenzialità della nostra piazza economica. Oltretutto senza alcun vantaggio finanziario per la Confederazione, considerato che è stata incrementata la quota parte dell’IFD a favore dei Cantoni (dall’attuale 17% al 21,2%). Il mantenimento dell’imposta di bollo non è comunque valsa a guadagnare alla riforma il consenso della sinistra. Il presidente del PS, Christian Levarat, ha infatti minacciato di impugnare il referendum, se il Consiglio nazionale non dovesse rimediare a due decisioni della Camera dei Cantoni. La prima concerne il rifiuto di inasprire l’imposizione dei dividendi degli azionisti (con maggiori introiti di 330 milioni per la Confederazione e di 100 milioni per i Cantoni). La seconda riguarda invece il più che opportuno affossamento della proposta della sinistra di ripristinare la piena imposizione dei dividendi in vigore prima della Riforma II della fiscalità delle imprese, approvata nel 2008 dal popolo.

Vedremo che cosa ci riserverà il dibattito al Consiglio nazionale, previsto per la prossima sessione primaverile.